martedì 14 agosto 2012


PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 13
 
Un modo sicuro per rovinarsi l’esistenza è quello di aver paura delle malattie. Che bisogno c’è di preoccuparsi di un eventuale malanno quando si sta bene e si è nel fiore degli anni? Non sto parlando di chi fa una vita spericolata ma di persone con un modo di vivere salutare. Pompeo non fuma, non beve, è un buon camminatore, non è un vorace divoratore di prelibatezze anche se non disdegna la buona cucina. Ha avuto la fortuna di non avere avuto problemi nel corso della sua vita, né di ordine fisico né famigliare. Ed adesso me lo trovo di fronte, mentre lo invito a bere un caffè, che mi risponde “no, grazie, ma ho la tachicardia, al massimo mi prendo un decaffeinato”. L’altro giorno aveva il tremore alle mani, motivo sufficiente per negarsi un caffè, invece la settimana scorsa era reduce da una serie di notti insonni, quindi il caffè si poteva bere, non avrebbe influito sulla sua fisiopatologia. In compenso Pompeo si beve tutto quello che dicono televisioni e giornali, quindi non mangiava carne bovina quando scoppiò il caso della mucca pazza e adesso ha appena riammesso i polli nella sua dieta dopo un anno di esclusione per timore dell’influenza aviaria. Si lava continuamente le mani, in modo ossessivo, per eliminare possibili contaminazioni batteriche. E se nella conversazione fra amici capita di parlare di malattie, quasi mai partecipa attivamente alla discussione ma si pone in ascolto e non si perde nulla di quanto viene esposto. Esprime però un garbato dissenso quando ci si addentra nei particolari patologici o quando si affronta quello che lui ritiene il massimo pericolo: il cancro. Solo una volta l’avevo visto alterato quando Libero, per fargli comprendere quanto fosse sbagliata la sua paura della malattia, gli disse “ma non sai che c’è una teoria ben argomentata sulla possibilità che molti tipi di tumori siano di natura psicosomatica e quindi, con la tua spropositata angoscia, non esorcizzi la malattia ma puoi invece provocarla?” Pompeo divenne tutto rosso, replicò con voce balbettante a causa dell’ira “Libero, la tua teoria mettila dove so io, smettila di sentenziare su tutto, già rompi con il tuo Dio, sembri un talebano, ci manca solo che ti trasformi in medico”. La risposta sgarbata dimostrava che Libero aveva toccato un nervo scoperto, cioè l’intolleranza di Pompeo verso chi gli faceva notare il suo timore di ammalarsi. A ciò si aggiunge anche il perenne attrito fra i due dovuto al fatto che Pompeo giudicava in modo sbagliato Libero: pensava che fosse un bigotto intollerante, non comprendeva il profondo tormento  dell’uomo alla ricerca della fede. Libero ci metteva del suo nel non farsi amare, con il suo linguaggio tagliente e pieno di sarcasmo che persone permalose come Pompeo scambiavano per una derisione del pensiero altrui. Sarebbe finita a male parole se non mi fossi interposto fra i due riuscendo a fare da paciere. Però il problema rimaneva, Pompeo era troppo spesso vittima delle sue paure e le trasmetteva agli amici: sembrava che, con il continuo spiegare i sintomi delle sue malattie immaginarie, chiedesse un aiuto ai confidenti e cercasse una rassicurazione. Senza risultati perché la sua paranoia resisteva a qualsiasi parola di conforto.
Com’era invece diverso Alberto, l’atletico Alberto con il suo fisico possente. Sembrava il ritratto della salute quando all’ennesima donazione di sangue, fin da giovane offriva sangue due volte l’anno, il medico gli disse “Alberto, ci sono dei problemi, dovresti fare degli esami più approfonditi”.  Alberto si trovò dalla sera alla mattina in un girone infernale di ospedali, medici, cure. E percentuali. Un primario gli ribadì “il tuo tumore ha una buona percentuale di guarigione, fra il settanta e l’ottanta per cento, ma per guarire dovrai fare molta chemioterapia”. E numeri, quelli dei globuli bianchi. La sua vita ora era scandita dai giorni di cura: prima ricoveri in ospedale poi day hospital in oncologia. Non parlava mai esplicitamente della malattia, si limitava a dire “non ci sarò nei prossimi tre giorni” e tutti intendevano che in quei giorni sarebbe stato ricoverato, però si capiva benissimo che ogni suo pensiero era per quel male che si era inserito, ospite indesiderato, nel suo organismo. E nei suoi occhi si percepiva la determinazione del lottatore, dell’agonista che non voleva perdere la partita, partita che non contemplava il pareggio. Noi amici partecipavamo alla battaglia nell’unico modo possibile: adoperandoci per fargli sentire tutto il nostro affetto virile, dimostrandogli con la nostra silenziosa presenza che facevamo tifo per lui. Poca roba, è vero, ma capivamo che Alberto apprezzava il nostro sforzo corale. Solo uno dei suoi amici non partecipava: Pompeo. Questi, quando seppe della malattia, cercò in tutti i modi di evitare contatti con Alberto. Quelle poche volte che non riuscì a schivarlo, fece trapelare tutto il suo imbarazzo. Un impaccio così evidente che, alla fine, anche Alberto preferì non incontrarlo, schivando ogni possibilità di incontro. L’atteggiamento di Pompeo non era dovuto al timore di poter essere contagiato, la sua ossessione delle malattie non raggiungeva simili aberrazioni, ma per Pompeo Alberto rappresentava la prova incontrovertibile che il cancro esisteva e colpiva a casaccio, anche persone all’apparenza sanissime. Quindi, a maggior ragione, poteva trafiggere anche lui, Pompeo. Di conseguenza era molto meglio evitare Alberto perché ogni incontro stimolava negativamente la psiche del pauroso malato immaginario. Per fortuna Alberto non diede importanza all’ignobile comportamento di Pompeo, sapeva delle sue manie e, anzi, era contento di non avere più a che fare con un individuo talmente egocentrico. Nella migliore delle ipotesi non gli era di nessun aiuto, nella peggiore avrebbe contribuito a trasmettergli ansia, proprio ciò di cui Alberto non aveva alcun bisogno.
Alberto lottò a lungo, fu meticoloso nel rispetto delle cure e del programma terapeutico. Non cadde neanche per un attimo nello sconforto, meno che mai nella paura. Come un soldato nel campo di battaglia non si chiedeva perché combatteva e contro chi si scontrava. Aveva un solo scopo: combattere, mai indietreggiare, piuttosto cadere sotto il fuoco nemico.
Infine, Alberto fu sconfitto. E noi vecchi amici lo accompagnammo nell’ultimo viaggio. Tutti in fondo al corteo funebre, dove spesso la gente guarda in giro, come se fosse in gita, o chiacchiera e qualche volta ride sommessamente. Nulla di grave o di scorretto, nei funerali solo gli applausi sono stonati e sapevamo che il nostro vecchio compagno di baldorie avrebbe apprezzato. C’eravamo tutti: mancava solo Pompeo. Ufficialmente era impegnato nel corso di yoga ma il vero motivo si doveva cercare nella sua idiosincrasia per le processioni funebri, per tutto quanto gli ricordasse la morte ed il pensiero che, inevitabilmente, prima o poi il trapasso avrebbe riguardato anche lui. Lo yoga era una scoperta recente di Pompeo, sempre alla ricerca di qualcosa che alleviasse la sua ansia. Aveva iniziato il corso nonostante il mio rimbrotto “ma cosa credi di trovare nell’ascetismo orientale, sono ormai duemila anni che dall’Oriente non arriva nulla di buono”. Ancor più caustico Libero che non si lasciò scappare l’occasione di attaccare l’ateo Pompeo: “come diceva Gilbert K. Chesterton, quando si smette di credere in Dio non è vero che non si creda più a nulla, si crede a tutto”. Libero iniziò il corteo silenzioso, con il volto taciturno che fissava l’asfalto. Poi, quasi borbottando, mi disse: “La sofferenza di Alberto, non lo nego, mi fa dubitare dell’esistenza di Dio. Perché il Signore permette un simile patimento? Però penso anche che l’Onnipotente si è fatto uomo e ha sopportato un supplizio come la crocifissione. E allora mi piace pensare che sia come la parabola dei talenti, a qualcuno vengono dati cinque talenti, ad altri uno e verranno giudicati secondo le specifiche capacità. Ad Alberto è toccato il massimo dei talenti di sofferenza”. Detto questo Libero ritornò silenzioso ma con il volto rasserenato. Mi piace Libero, altro che bigotto, le sue riflessioni sono sempre interessanti. E fanno ragionare. Infatti, per tutto il percorso del funerale, penso alla parabola dei talenti ed alla interpretazione di Libero. Certo, non ci sono dubbi, Alberto ha ricevuto il massimo di sofferenza mentre Pompeo ha avuto in sorte il minimo, diciamo uno. Ma non mi sembra che ne faccia un buon uso, la sua mente contorta lo porterebbe a pensare di averne avuta anche lui almeno dieci. Il cervello umano, che mistero. Quale strano meccanismo ha convinto Pompeo di poter prendere tutte le malattie di questo mondo? E dove Alberto ha trovato la forza di sopportare le inaudite sofferenze provocate dal cancro? Sì, mi dico mentalmente, mentre il corteo funebre giunge al cimitero, il cervello è davvero complicato. Il Creatore si è divertito a crearlo così: le circonvoluzioni cerebrali sembrano un labirinto, non c’era modo migliore per rappresentare il groviglio di idee che si formano al suo interno.
17/01/2007

PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 12
 
            Se me lo avessero pronosticato non ci avrei creduto. Impossibile. Manco morta sarei tornata assieme a quell’infedele di Vittorio. Consideravo il suo tradimento una colpa orribile, imperdonabile. Nemmeno la terribile vicissitudine accadutagli poche ore dopo la sua scappatella aveva scalfito la mia rabbia. No, Monica non perdona i bastardi che osano ingannarla. Nessuna eccezione, neanche per Vittorio, non ho neppure considerato che con lui mi ero trovata benissimo. Una regina, con lui mi sentivo una regina. Potete capire che passare da uno stato vicino all’estasi alla scoperta di aver convissuto con un degenerato che colleziona donne non è proprio cosa da augurare a nessuna. Per questo non ho ascoltato i consigli delle amiche imploranti perché gli facessi almeno una telefonata. Dopo tutto, dicevano, a Vittorio è capitata una vera disgrazia, uccidere un ragazzina, che dramma, come fai ad essere così insensibile? Si può, rispondevo, dovreste conoscere la rabbia che mi porto dentro, enorme, mi viene voglia di sfasciarlo, altro che perdonarlo. I miei propositi rimasero immutati per lungo tempo, più di un anno, poi mi capitò per caso di rivederlo e, devo ammetterlo, tutte le mie intenzioni di distruggerlo svanirono, evaporarono come l’acqua dopo un temporale estivo. Il Vittorio che conoscevo era sparito, dov’era quell’aria festaiola, dov’era quella faccia da impunito? Non c’erano più, avevo davanti un viso riflessivo, un uomo dallo sguardo pensoso, eufemismo per non dire triste. E il suo modo di comportarsi: dov’era lo sbarazzino, lo sbruffone che risolveva tutto con uno smagliante sorriso? Ora mi trovavo di fronte un ragazzo compunto, mi verrebbe da dire serio se non trovassi orribile questo termine. Appena mi vide chiese perdono per il male che mi aveva inflitto. Non furono tanto le sue parole a colpirmi quanto il suo atteggiamento, il linguaggio del corpo: sembrava che ogni suo muscolo vibrasse per sottolineare il suo profondo rammarico per quanto aveva combinato. Normale che tutto il mio odio si sbriciolasse in un attimo. Riprendemmo a stare insieme e Vittorio tornò a trattarmi come una regina ma, questa volta, senza scappatelle: un compagno perfetto. Certo, c’era sempre un’ombra di tristezza nel suo sguardo, la tragedia dell’incidente non lo abbandonava mai, spesso passava notte agitate, qualche volta si svegliava gridando. Comprensibile tutto questo ed io ammiravo il suo convivere con il dolore, il suo impegno nel convincere il mondo intero che lui, Vittorio, non era quello che provocava sventure ma semmai un uomo che da una disgrazia cagionata traeva linfa per una vita esemplare. Un esempio anche per me, perché anch’io ho qualcosa che mi tormenta. Quando ero molto più giovane, e non conoscevo ancora Vittorio, ho abortito. Una storia con un compagno di liceo, l’anno della maturità. Ero troppo giovane per governare un evento del genere, mi lasciai influenzare dalle idee altrui, lui che mi innervosiva con i continui “adesso che facciamo? Monica che facciamo?” come se non sapessi chi fosse quella che ne avrebbe pagato le conseguenze e già prevedevo, come infatti accadde, che una volta abortito lui se ne sarebbe andato sollevato e senza più problemi. Infine, i miei genitori: comprensivi, per carità, nessuna sceneggiata perché mi fossi concessa al primo venuto come erroneamente pensavo, ma nello stesso tempo timorosi che il fattaccio fosse conosciuto. Ne andava del buon nome della famiglia, perbacco, molto più semplice eliminare quello che non era più il figlio della colpa ma un incidente di percorso. Una disattenzione che può rovinarti la vita, Monica, quest’anno hai anche la maturità, rimediamo e la prossima volta stai più attenta. Non voglio affermare che ho subito la decisione, diciamo che ho trovato comodo non oppormi agli interessati consigli di lui e dei genitori. Anch’io pensavo che fosse la soluzione migliore. I primi dubbi si presentarono sul tavolo operatorio: all’inizio un senso di solitudine e la speranza che tutto finisse in fretta. Dopo un penoso sentimento di umiliazione dovuto al riconoscimento, all’inizio lieve, poi sempre più marcato, di avere commesso un enorme sbaglio. Su quel tavolo, sotto quei ferri, avevo lasciato non un grumo di cellule ma una parte di me.  Sia io che Vittorio avevamo provocato due tragedie: più intima la mia, ma non meno devastante. Avevo anche paura di parlarne con Vittorio, temevo che non mi stimasse più. E invece, quando ho finalmente superato la titubanza e trovato il coraggio di dirglielo, Vittorio mi ha stretto forte dicendo “povera Monica, cosa hai passato, ma non dovevi aver timore a informarmi, figurati se proprio io posso rimproverarti. Chi sono io per poterti giudicare? Con la mia storia poi? Piuttosto, ormai siamo grandicelli entrambi, veniamo tutte e due da sciagure, che ne dici se mettiamo in cantiere un bambino? Non sarebbe un bel tentativo di rispondere con la vita alle storie di morte che ci hanno segnato?” Ve l’avevo detto, Vittorio è proprio cambiato, è premuroso, attento. Con lui mi sento sicura, protetta e sono proprio decisa nel metter su famiglia. Lo amo così tanto da sopportare anche le sue fissazioni. Come quella che deve espiare il suo errore. O la amicizia con quel tizio delirante, Libero. All’inizio ero addirittura gelosa di Libero, non sopportavo che Vittorio lo invitasse nel nostro appartamento ogni quindici giorni, mi irritava che ogni incontro finisse con un monologo di Libero. E gli argomenti trattati, poi: sempre a parlare di Dio, di ricerca della fede e della mancanza di essa, di Chiesa e di Papi. Non che Libero non fosse preparato, anzi, mi colpiva la proprietà di linguaggio di quell’uomo che aveva forse frequentato solo la terza media e la sua conoscenza della materia, ma mi urtava l’ascendente che aveva su Vittorio. Ad una prima impressione poteva sembrare addirittura un plagio, tale era l’attenzione posta da Vittorio ad ogni respiro emesso da Libero. Non era così, invece, con il tempo compresi che Vittorio aveva bisogno di questi discorsi sulla trascendenza, sul senso della vita. L’incidente mortale che aveva provocato  aveva modificato anche il suo modo di ragionare, la sua scala dei valori era mutata, prima andava a caccia di donne, di divertimento, ora di Dio. In tutto questo cambiamento, la cosa veramente incomprensibile era che si facesse aiutare da Libero e non da un prete. La mia gelosia svanì quando mi resi conto di quanto i discorsi visionari di Libero servissero a Vittorio, alla sua pace interiore. Infatti così chiamavo il suo amico, il Visionario. Vittorio rideva di questo soprannome, gli piaceva così tanto che fra di noi lo indicavamo in questo modo. Il fatto che ridesse un po’ del suo amico mi confermava che Vittorio non era plagiato ma si trattava, invece, di una vera amicizia. Ed io, da brava compagna, non potevo che accettare di buon grado l’affiatamento tra i due e sopportare con pazienza il logorroico Libero. Come faccio stasera, mentre sferruzzo a maglia e mi arrotolo la lingua per non chiedere al Visionario perché tanti ammazzano nel nome di Dio, non sarebbe meglio un mondo senza religioni ed entità da adorare? Mentre penso questo Libero sta dicendo che Cristo è l’unica risposta contro il vero pericolo del mondo attuale, il nichilismo. Il nichilismo che gioisce di sé sulla strada dell’oblio, convinto che tutto – il mondo, noi, le relazioni, il sesso, la bellezza, la storia – sia solo uno scherzo cosmico. E non solo in Italia, ma in tutta l’Europa la religione cristiana non ha più domicilio.  Un altro segno del trionfo del nichilismo è il drammatico calo delle nascite in tutto il continente europeo. Quando un intero continente, in salute e mai sicuro come ora, senza guerre, deliberatamente sceglie di non realizzare il futuro umano nel modo più elementare possibile, riproducendosi, qualcosa di serio, e di catastrofico, è in atto. Se non ricordo male, i tempi del Liceo cominciano ad essere lontani, il nichilismo è la teoria filosofica di Nietzsche, quello del superuomo. Cosa c’entra con la riduzione delle nascite lo sa solo quel bacato di Libero. Il quale non si è neanche riprodotto, per di più. Da che pulpito viene la predica. Però i suoi discorsi da fanatico mi fanno ricordare quel bambino che non è nato, che io non ho voluto che nascesse, il mio bambino. Non sarò anch’io, per caso, una nichilista?
05/09/2006

PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 11


La disperazione era la condizione predominante in Vittorio. Lo era da quel novembre del 1998 quando aveva provocato la morte di una ragazza, Laura. Indubbiamente una morte non voluta, una sfortunata coincidenza di tempo, imperizia e sfortuna ma tutto questo non serviva a mitigare il profondo sconforto di Vittorio. Un misto di avvilimento e depressione lo avvolgeva, l’avvilimento per essere stato il principale protagonista della morte di Laura, la depressione per avere spezzato una giovane vita. Non servivano a consolarlo le attenzioni degli amici tutti tesi a spiegargli le attenuanti, dall’imprudenza della ragazza nell’attraversare la strada alla giornata uggiosa con visibilità ridotta, perché Vittorio si sentiva colpevole di quanto accaduto. A chi lo consolava rispondeva, con uno sguardo fisso non sugli interlocutori ma su un punto indefinito, con frasi come “la colpa è solo mia, non dovevo passare con il giallo, dovevo attendere che l’autobus ripartisse”. E fra gli amici non c’era più Monica, la ragazza che lo aveva lasciato proprio la sera prima dell’incidente. Non si fece viva neanche con una semplice telefonata. Non aiutavano le incombenze burocratiche ed investigative, dalla comunicazione dell’incidente all’assicurazione alle convocazioni presso la Caserma dei Carabinieri. Soprattutto lo danneggiava il continuo ricordo degli attimi successivi allo scontro mortale: quando fu chiaro che Laura era priva di vita un cupo silenzio scese sulla strada e Vittorio pensava di essere al centro di un set cinematografico circondato dagli altri attori, le forze dell’ordine, gli addetti del carro attrezzi che dovevano ritirare la sua macchina posta sotto sequestro giudiziario, il carro funebre. In un cerchio concentrico più esterno c’erano gli spettatori del lugubre dramma i quali pur essendo silenziosi riuscivano, con il semplice sguardo o con la mimica facciale, a fargli capire che era lui il protagonista assoluto della tragedia: il colpevole. Dormiva poco e male, con risvegli nel pieno della notte, madido di sudore e con il respiro ansimante. Un passare continuo da assopimenti a lunghi periodi con gli occhi sbarrati nel buio e nella mente il corpo di Laura afflosciato sull’asfalto. Vittorio trascorse così i dieci mesi intercorsi fra l’incidente ed il processo. La condanna era ampiamente prevista e, infatti, il tribunale lo giudicò colpevole di omicidio colposo. Per omicidio colposo si intende un delitto commesso non volontariamente ma a causa di una negligenza od imperizia. Le indagini avevano accertato che la macchina di Vittorio andava ad una velocità fra i 58 ed i 63 orari, oltre il limite imposto in quella via, con l’aggravante della presenza della fermata dell’autobus e delle strisce pedonali, condizioni che dovevano comunque consigliare di ridurre la velocità. La pena sancita fu di dodici mesi con il beneficio della condizionale e la sospensione della patente per tre mesi. Non fu la sanzione ad aumentare la disperazione di Vittorio, era ampiamente prevista e sarebbe stata accolta come una giusta condanna. Fu invece l’incontro con i genitori di Laura ad accrescere lo smarrimento del giovane. Vittorio aveva cercato di prendere contatto con i genitori subito dopo l’incidente ma alcuni conoscenti glielo sconsigliarono: troppo prematuro un incontro, meglio aspettare. Scrisse allora una lettera nella quale con parole semplici ma intense cercò di esprimere tutto il suo dolore e il profondo dispiacere per l’incommensurabile danno provocato. Non ricevette nessuna risposta. Ora li aveva di fronte nell’aula del tribunale; nessun contatto durante il processo, neanche uno sguardo. Alla fine del processo si avvicinò ai genitori ma le sue buone intenzioni furono bloccate dal padre di Laura che disse “vai via, bastardo” e dallo sguardo della madre, uno sguardo nel quale si registravano perentoriamente i sentimenti del disprezzo e dell’orrore. Il suo avvocato lo trascinò via mormorandogli “andiamo, non è il momento e, forse, non lo sarà mai”. L’atteggiamento dei genitori di Laura fu l’ultimo colpo sul precario equilibrio di Vittorio. Passò il resto della giornata fissando il muro della casa, in un silenzio assoluto, senza mangiare e bevendo brevi sorsi da una bottiglia di grappa. Poi, nel cuore della notte, uscì dall’abitazione di Uggiate e si diresse, a piedi, verso Como. La notte settembrina era tiepida, con uno spicchio di luna crescente sufficiente per rischiarare la strada nei tratti senza illuminazione. Quando sentiva avvicinarsi qualche automobile Vittorio si scansava dalla carreggiata per paura che qualcuno lo riconoscesse. Infine, quando ormai albeggiava, giunse a Monte Olimpino e scese verso Como, superò Villa Olmo e si diresse verso Cernobbio. Prima di giungere nel centro rivierasco, in un punto dove la strada costeggiava direttamente il lago, superò il parapetto e scese sulla leggera striscia di riva lambita dalle acque limacciose del lago. Era deciso, basta con le sofferenze, meglio farla finita, che le acque lavino le mie pene, il lago serve anche a questo. Con questi tristi pensieri in testa Vittorio si accorse che non era solo sulla riva perché, a circa dieci metri di distanza verso Como, c’era un pescatore. Il rumore provocato dal salto della ringhiera distolse il pescatore dal suo passatempo. I due si guardarono. Il pescatore capì in un attimo le intenzioni di Vittorio. Piccole onde si infrangevano sulla riva mentre i due uomini si scrutavano in silenzio. Poi, fu il pescatore a distogliere lo sguardo da Vittorio e, mentre tornava a fissare il lago, disse “fai quello che devi fare ma fallo più in là, lontano da me, perché mi rovini il divertimento”. A sentir profferire quelle parole Vittorio ebbe l’impulso di sparire immediatamente: e, infatti, risalì sulla strada e fece ritorno ad Uggiate. Tornato a casa si buttò a letto e, per la prima volta dopo quel tragico giorno, riuscì a dormire senza incubi, riassaporò il piacere di un sonno gradevole. Si svegliò di pomeriggio inoltrato e subito ebbe l’impulso di spiegare a qualcuno quanto gli era successo. Scartò tutti gli amici, i parenti, l’avvocato. L’unico che poteva ascoltarlo e, magari, dargli qualche consiglio era Libero. Sì, proprio l’ex ateo che incontrò la fede leggendo uno scritto di Dostoevskij e che ora era alla ricerca di un suo ruolo nella Chiesa. Non c’era nulla che potesse unire i due uomini, divisi da interessi, prospettive e da un buon numero di anni. Però a Vittorio piaceva il modo di comportarsi di Libero il quale nascondeva sotto un atteggiamento burbero ed iroso un gran cuore. Soprattutto fu colpito dal comportamento di Libero quando si incontrarono la prima volta dopo l’incidente: Libero non disse una sola parola ma gli diede una pacca sulla spalla e poi lo guardò fisso negli occhi tenendogli contemporaneamente le mani sulle spalle. Un linguaggio del corpo ed un atteggiamento virile, con lo scopo evidente di trasmettergli coraggio, molto apprezzati da Vittorio.
Dopo aver sentito il racconto di Vittorio, Libero sbottò con un “ma cosa mi dici, ma lasciami stare, con tutti i problemi che ho, ora devo risolvere la faccenda di don Giussani”. Vittorio non si scompose neanche un po’, sapeva che Libero rispondeva sempre citando le preoccupazioni del momento. Infatti Libero, nel suo domandarsi se un credente, per essere completo, doveva appartenere o no ad una Chiesa, si era dedicato allo studio della storia della Chiesa Cattolica. Studio che aveva ormai completato ed ora, nella sua inesausta ricerca, si era messo a studiare i movimenti religiosi. Aveva risalito il corso dei secoli e in questo periodo stava analizzando i movimenti sorti nel Novecento. La struttura mentale di Libero era tale che non poteva essere colpito da quello denominato Comunione e Liberazione: l’ex marxista che in ogni azione vedeva l’aspetto politico fu affascinato dagli appartenenti al movimento, i Ciellini, i quali, pur rimanendo fedeli all’insegnamento di Cristo e della sua Chiesa, non avevano nessun timore a buttarsi in politica, a schierarsi. Soprattutto fu attratto dall’impegno profuso dai quei pochi Ciellini che conosceva nel difendere le proprie convinzioni e la propria fede. Se questi sono così convinti delle loro azioni, si disse, devo assolutamente studiare gli scritti del loro fondatore, Don Luigi Giussani. L’incontro con Vittorio avvenne proprio mentre aveva letto una ventina di pagine di un libro di Giussani. Venti pagine e Libero non aveva capito nulla. Infatti, disse a Vittorio, il quale non sapeva chi fosse Don Giussani, “perché non comprendo quello che scrive? Io che ho letto, assimilato e propagandato tutto Il Capitale di Marx, quel mattone di un libro, quanti anni buttati via inutilmente e adesso, perché non capisco quello che vuol dire questo prete brianzolo?” Libero andò avanti a borbottare per altri cinque minuti poi, come se si fosse accorto solo in quel momento del suo interlocutore, fissò Vittorio e lo apostrofò con un “la colpa è tua perché sei un edonista”. Bene, pensò Vittorio, ora parla del mio caso, dovrò pazientare ancora un po’, sopportare le sue divagazioni, infine mi darà una spiegazione di quello che è successo, il mio amico non delude mai. In effetti, Libero aggiunse a quell’edonista un ragionamento complesso, e poco compreso da Vittorio, sull’uso del termine edonista, caduto in disuso negli anni novanta e usatissimo negli anni ottanta quando era molto spesso accompagnato dal neologismo reaganiano. Libero continuò con una dotta disquisizione sul Presidente Reagan, all’origine del neologismo, un mediocre attore diventato un ottimo Presidente degli Stati Uniti. Spiegò che con edonismo reaganiano la stampa comunista cercava di marchiare negativamente, con l’infamia della ricerca del piacere, l’innovativo Presidente americano al quale opponeva l’ascetismo e la frugalità di Berlinguer, il capo del PCI. Un’ulteriore digressione sulla sua gioventù sprecata nei falsi idoli del marxismo e dell’ateismo e infine la pazienza di Vittorio fu premiata perché Libero finì la sua lezione con un “torniamo a noi due, edonista: sì Vittorio, tu hai sprecato la tua gioventù nella ricerca del piacere e alla prima seria difficoltà ti sei arenato. Tu pensavi che la vita fosse solo divertimento e non eri preparato ad affrontare le avversità. E invece di espiare la colpa cosa ti inventi? Il suicidio. Per fortuna il tentato suicidio. Di tipo dimostrativo per di più. Sì, tu con il tuo atto estremo volevi dimostrare a tutti quanto fosse enorme il tuo dolore per la fine della povera Laura e nello stesso tempo mostrare che eri capace di punirti, per quello che avevi commesso, con la morte nel lago. Eh no, mio caro, il suicidio è un fuggire dalle proprie responsabilità, tu avresti dato le dimissioni dalla vita mentre dovrai usare il tempo che ti resta da vivere, spero lunghi anni, per riparare all’errore compiuto. Solo così potrai espiare veramente le tue colpe”. Libero smise di parlare e guardò intensamente Vittorio, invitandolo con lo sguardo ad una risposta. “Sì, hai ragione” disse il giovane, “su tutta la linea, sia sul mio edonismo che sul tentato suicidio e penso di capire cosa intendi come espiazione. Non ti prometto nulla ma cercherò di cambiare, di uscire da questa vita d’inferno”. Libero annuì muovendo lentamente il viso. Poi disse “non solo avevo il problema di Don Giussani, ora mi hai messo in testa un altro dubbio: perché la Chiesa parla sempre di perdono e quasi mai di espiazione? Quasi quasi lo chiedo al primo Ciellino che incontrerò, mettiamoli alla prova, controlliamo il loro fervore. Intanto beviamo un buon bicchiere di rosso in onore del pescatore, non stupirti Vittorio. Si dice che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, invece nel nostro caso è accaduto l’opposto perché il suo comportamento spregevole ti ha salvato la vita. Sono convinto che se avesse tentato di salvarti ti saresti buttato nel lago. “

03/02/2006

PERSONAGGI ETERNI   – 1 -



Li trovi in tutti i paesi della collina. Almeno uno per comune. Siccome la collina comasca è un microcosmo ben rappresentativo dell’Italia, sicuramente sono presenti in tutti gli anfratti del Bel Paese. Basta scavare, senza andare troppo in profondità, e li scovi. Non sto parlando di tartufi ma dei nostalgici di Mussolini. Un numero esiguo di adepti, ma capillarmente diffusi e granitici nella scelta ideologica anche se con differenze nel rito adulatorio. Fra i vari tipi che conosco ne estrapolo tre, rappresentativi dei diversi gradi di nostalgia. Cominciamo con Carlo Scereda: è un valtellinese grande e grosso con una barba ispida che con il passare degli anni diventa sempre più color sale e pepe. Da buon montanaro ha conservato il rito ancestrale di macellare un maiale alla fine di dicembre e, dopo la visita ispettiva, non tralascia mai di tentare di ingozzarmi con il suo lardo, “meglio di quello sopravvalutato di Colonnata”, o con la grappa spremuta dalle sue vinacce, diversa ogni anno ma con la caratteristica costante di avere una gradazione alcolica superiore ai 50 gradi. Durante una di queste degustazioni, più imposte che apprezzate, mi accorsi che le pareti del locale erano tappezzate di foto del Duce, degli idrovolanti di Cesare Balbo, di cartine geografiche dell’Africa Orientale Italiana, dei Savoia. Non ho perso l’occasione di stimolarlo con un “nostalgico, eh?” ed alla sua risposta affermativa gli ho contestato “ma cosa ci fa la facciona del Duce vicina a quella del Re Vittorio Emanuele III? Alla fine della storia, si sono trovati su sponde opposte”. Il Carlo Scereda mi disse “sì, è vero, può sembrare un controsenso, ma io ho voluto rappresentare la storia d’Italia, con le sue ombre ed i suoi successi, io simpatizzo per Benito, ma non posso dimenticare i Savoia che hanno fatto l’Italia”. Ragionamento con una sua logica, la storia dell’Italia contemporanea non è iniziata il 25 aprile del 1945 ma nell’Ottocento, nel Sud -Est della Francia, fra la Nizza di Garibaldi e la Savoia che ci diede la dinastia dei futuri Re d’Italia. Si può dire che la nostalgia di Scereda è di tipo storico, certamente mussoliniana, ma si tratta di una nostalgia inglobata in un culto della storia d’Italia, dal Risorgimento in poi, fino alla seconda guerra mondiale e con l’esclusione della storia recente, come se l’Italia fosse finita nel 1945 a Piazzale Loreto, con il Duce appeso a testa in giù. E’ una caratteristica comune a tutti i mussoliniani quella di non avere un buon giudizio sull’Italia contemporanea. Non ce l’ha il secondo rappresentante della categoria, il Cimabue. E’ questi un artigiano, ramo meccanico, che con il suo lavoro, partendo dal basso, ha costruito un piccolo impero. Sulla sua scrivania troneggia un busto di Mussolini. Non faccio fatica a riconoscere che si tratta della riproduzione dell’opera di Adolfo Wildt. Sì, proprio lo scultore che ha scolpito il monumento ai caduti troneggiante nella bella Piazza Libertà di Appiano Gentile. Wildt rappresenta il Duce come un antico condottiero romano, lo sguardo severo e rivolto lontano, verso l’infinito o verso le conquiste da compiere per la gloria di Roma. Se non sbaglio la scultura si chiama proprio Dux, per togliere qualsiasi dubbio nell’identificazione fra Mussolini e le guide della Roma imperiale e caput mundi. Al nostalgico Cimabue non interessa la Città Eterna, è un lombardo meticoloso e operoso che non è mai uscito dalla sua regione, il suo idolo è il Mussolini che faceva arrivare in orario i treni. Non c’è da stupirsi perché Cimabue è un uomo d’ordine, basta guardare la sua officina, pulita e luccicante, il suo ufficio organizzato, la sua stessa tuta senza macchie d’olio. Non può piacergli quest’Italia caotica e disordinata, lui vorrebbe che l’Italia girasse come la sua fabbrica e, non credendo ciò possibile, si attacca al mito del dittatore che tutto regola. In Mussolini appunto. L’unico che avrebbe potuto farcela a forgiare gli Italiani con la stessa pasta con la quale è fatto Cimabue. Non so se Cimabue si troverebbe in sintonia con il terzo prototipo di nostalgico, Valerio. Qualche volta mi toglierò lo sfizio di verificarlo, anche se mi trattiene la paura di dover fare da paciere fra i due: un intermediario che rischia di prendere botte da entrambi i contendenti. Valerio, dicevo, anzi il Camerata Valerio: quando lo chiamo così si irrigidisce sull’attenti, tende il braccio destro ed urla uno stentoreo “Presente”. Il suo mito è un Mussolini diverso da quello vincente raffigurato da Wildt, è il Mussolini magro e cupo della Repubblica Sociale Italiana. Valerio vede nella RSI il ritorno al vero fascismo rivoluzionario che perse lo slancio con la conquista del potere e il conseguente imborghesimento. Sia Cimabue che Valerio idolatrano lo stesso idolo, però il Mussolini di Cimabue è il dittatore che con mano ferma guida la nazione mentre il Mussolini di Valerio è il rivoluzionario che mette sottosopra l’Italia. Hanno la stessa divinità da adorare ma non potrebbero essere più distanti. E mentre la nostalgia di Cimabue non gli ha impedito di realizzarsi e di partecipare, seppur non amandola, alla vita dell’Italia attuale quella di Valerio è invece una nostalgia rancorosa ed autoescludente. Valerio rappresenta lo sconfitto che non vuole accettare il verdetto inappellabile della Storia. Parlare con lui vuol dire tornare a quegli anni tragici, dal 1943 al 1945, come se fossero anni appena trascorsi. I suoi discorsi sono pieni di parole come “onore”, come “rispetto della parola data”, come “noi repubblichini abbiamo riscattato l’Italia che ha sempre finito le guerre dalla parte opposta a quella d’inizio”. Valerio sa abbellire, con parole importanti, una sonora sconfitta. Continuo il ricordare che i repubblichini (è un termine che non ama, lo trova denigratorio, lui preferisce fascisti repubblicani) sapevano di andare incontro alla sconfitta ma “meglio andare incontro ad una bella morte che vivere da vigliacchi”. Vigliacchi, appunto, tutti quelli non schierati con il Mussolini di Salò, coraggiosi tutti i fascisti repubblicani e alcuni veri eroi come il Principe Valerio Junio Borghese, il Comandante della mitica Decima Mas. Valerio riunisce il culto di Mussolini con quello del Principe Borghese, questo comandante di sommergibili già distintosi nella guerra contro le navi inglesi meritando una medaglia d’oro al valor militare. Valerio sa tutto della Decima Flottiglia Mas, delle imprese in mare e sulla terra, come era disposta sui vari fronti di guerra, ad Anzio il Battaglione Barbarigo, sul fiume Senio il Battaglione Lupo, sul fronte orientale la Divisione Decima. Mi mostra con orgoglio una riproduzione della bandiera della Decima, un tricolore con al centro un’aquila che stringe fra gli artigli un fascio littorio. Anche lui alimenta un piccolo ma costante mercato di simboli della Repubblica Sociale Italiana. Non per nulla Predappio, il paese natale di Mussolini, vive anche sul turismo alimentato dai seguaci del suo più famoso concittadino.
Ecco, in sintesi, il pensiero dei mussoliniani che conosco, un misto di attaccamento al passato storico, all’uomo del destino, agli eroi di guerra e, nella loro diversità, una costante: non amare l’Italia odierna. Non mi spiegavo questo modo di ragionare fino a quando ho letto la biografia di Guareschi. Nel libro di Beppe Gualazzini dedicato all’autore delle storie di Peppone e Don Camillo si legge, a pagina 19, che il padre di Giovannino Guareschi, Primo Augusto, aveva “una sua umana Trinità che rispettava come quella divina ed era composta da Manzoni, Verdi e Napoleone. Nella sua vita volle recarsi all’estero una sola volta: andò a Parigi e, arrivato alla Gare de Lyon, si fece portare in tassì agli Invalidi. Qui rese omaggio alla tomba di Napoleone, poi risalì in macchina, tornò in stazione e ripartì per l’Italia ignorando del tutto Parigi”. Cavolo, mi sono detto, ma allora ogni epoca ha avuto i suoi nostalgici, intendendo per nostalgici tutti quelli attaccati ai miti dei grandi sconfitti del passato: Napoleone nell’Ottocento e Mussolini nel Novecento. I nostalgici di Mussolini non sono, quindi, una stravaganza ma rappresentano bene un determinato tipo storico: quello di chi, non amando il presente, pensa che il mondo attuale sia orribile per colpa di chi ha vinto i grandi eventi della Storia. Come conseguenza parteggiano per gli sconfitti: se questi avessero vinto, allora sì, il mondo sarebbe tutto un’altra cosa, di sicuro migliore. Riepilogando, non amano il presente e si rifugiano nel passato. Il passato visto con gli occhi di chi ha perso.
E il futuro? Cosa pensano i mussoliniani del futuro? Non gli interessa, sanno benissimo che il fascismo è inscindibile dal suo creatore e perciò non tornerà più in Italia. Probabilmente, anche se non lo ammetteranno mai, non se lo augurano nemmeno: a loro basta vivere nel mito piuttosto che impegnarsi in un suo ritorno. E poi penso che, se gli facessi la domanda sul futuro della nostra Italia mi risponderebbero, da ultimi ed irriducibili fascisti, “del futuro me ne frego”.

PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 10
  
La discussione era feroce. E urlata, tanto che i vetri di quel bar di Olgiate Comasco vibravano per le grida mentre fuori la luce lasciava spazio ad un bel tramonto in quella giornata di primavera inoltrata sul finire degli anni novanta. Discussione violenta ma prevedibile, visto che fra i tanti contendenti c’erano due pezzi da novanta della polemica, conosciuti in tutti i comuni della collina: Libero e Guido. Il primo lo abbiamo già conosciuto, il   limpido e ateo marxista folgorato da un’incredibile conversione mentre Guido è un nuovo personaggio delle nostre storie. Per inquadrarlo velocemente basta citare il suo soprannome: Bartali, datogli non perché fosse un vecchio ciclista, mai inforcata una bicicletta, ma perché aveva in comune, con il grande corridore toscano, la frase “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Non c’era argomento, dalla politica allo sport, dove Guido non avesse da dire la sua, sempre diversa dalle altre opinioni e sempre catastrofica. E l’argomento trattato aveva proprio la caratteristica di dividere gli astanti: il più noto iettatore di tutta la Collina Comasca, l’Innominabile. Era questi un signore di mezza età, di un magro cadaverico, alto all’incirca un metro e ottanta centimetri, con un viso incorniciato da una barbetta grigiastra, dire barba sarebbe troppo, aveva più giustamente una peluria sulle guance e sul mento con un paio di occhialini tondeggianti, dalla montatura anch’essa grigia che davano al volto pallido un aspetto veramente da menagramo. Nulla di nuovo sotto il sole, come il veronese Cesare Lombroso cercava di catalogare i delinquenti in base ai caratteri somatici del viso così l’Innominabile aveva tutte le caratteristiche fisiche dello iettatore, alle quali aggiungeva di suo l’uso di vestire sempre di nero e spesso anche con un cappello dello stesso colore. Normale quindi che fosse considerato da tutti l’uccello del malaugurio, forse un po’ meno il fatto che fosse così tanto temuto: nessuno osava pronunciare il suo nome. Per tutti era semplicemente l’Innominabile. Leggendarie, e disastrose, le storie che si raccontavano. Il Barbisun lo aveva salutato e da incosciente gli aveva stretto anche la mano con il risultato che tanto ardire fu ricompensato con un vaso di gerani caduto sulla sua spalla destra, scapola e clavicola fratturati, il supporto del vaso non si sa come, anzi si sapeva benissimo, si era rotto proprio mentre transitava il colpevole Barbisun, colpevole perché non si sfida così il destino. Il Giuvanin era un noto logorroico che intavolava discorsi con tutti, fermava chiunque e partiva con prediche sconclusionate; tutti lo sapevano e lasciavano fare svicolando appena potevano. Un giorno malaugurato il Giuvanin fermò l’Innominabile, alla fine del sermone il povero Giuvanin attraversò la strada, sulle strisce pedonali e con semaforo verde, e fu investito da un’auto guidata da un neopatentato: due mesi di ospedale. A quel tempo si pronunciavano ancora il nome e cognome dell’Innominabile: poi accadde che tre amici, durante una cena in un ristorante, citarono più volte le generalità del menagramo riferendo con dovizia di particolari tutte le sue prodezze. Due credevano al potere iettatorio dell’Innominabile mentre il terzo era titubante se non scettico. Nel giro di ventiquattro ore dalla cena tutti e tre ebbero problemi, dalla semplice sciatica ad un piccolo infarto mentre l’amico dubbioso fu colpito da un grave lutto. La funesta fama di creatore di disgrazie raggiunse l’apice e, da allora, nessuno spiccicò più il suo nome e cognome.
 
Il motivo della discussione, però, non riguardava l’imbarazzante potere dell’Impronunciabile ma l’accadimento che aveva sconvolto tutte le certezze degli avventori di quel bar: lo iettatore l’aveva combinata grossa. Era successo che nella mattina di quel giorno sulla provinciale 23, la Lomazzo – Bizzarone per intenderci, un incidente avrebbe potuto avere tragiche conseguenze perché in una macchina tamponata da un camion rimasero imprigionati una mamma con il proprio figlio adolescente. E invece non ci furono poiché un uomo, con sprezzo del pericolo, riuscì ad estrarli entrambi dall’auto un attimo prima che fosse avvolta e completamente distrutta dalle fiamme. Quell’uomo era l’Innominabile. Potete capire lo sconcerto che colpì tutti quelli che lo conoscevano come il menagramo della nostra zona. Dapprima nessuno credette alla notizia, poi i numerosi testimoni confermarono la prodezza dell’Innominabile, anzi, tutti i presenti all’incidente ne sottolinearono l’intrepido e solitario coraggio. Infatti, nonostante la strada fosse trafficata in quell’ora di punta, solo l’Innominabile ebbe la prontezza di riflessi e l’ardimento necessario per salvare mamma e figlio. Naturale quindi che quella sera l’argomento all’ordine del giorno nell’affollato bar fosse: ma l’Innominabile è uno iettatore o no? Tralascio di trascrivere le contumelie, le ingiurie, quasi tutte volgari, scagliate dagli avventori, non è mia intenzione comportarmi da cronista pedante. Riporto invece il succo dei vari interventi, i ragionamenti usciti dalla discussione. Pazienza se vi sembreranno più delle allucinazioni di ubriachi piuttosto che serie argomentazioni.
 
Cominciamo con il Genesio: questi esordì dicendo di imputare all’Innominabile il cattivo esito di un suo affare nell’ultimo inverno, lo aveva incrociato ed aveva risposto al suo cenno di saluto mentre si recava sul luogo di lavoro. Tralasciò di dire che l’affare era una rapina e che il fallimento era stato determinato esclusivamente alla sua dabbenaggine ed a quella del suo socio, il Moscerino. Comunque il ragionamento di Genesio era semplice: nonostante l’azione encomiabile l’Innominabile era sempre uno iettatore e quindi i due salvati non potevano gioire più di tanto perché, prima o poi, il malocchio li avrebbe travolti di nuovo. Il Genesio fu sommerso da ululati di disapprovazione: insieme agli insulti, riporto il più gentile “ma va’ a lavurà, barbun”, gli fu spiegato che non è di competenza di un famoso iettatore salvare gli incidentati e non si può proprio immaginare qualcosa di peggiore di un anticipo di inferno come il bruciare vivi in mezzo alle lamiere contorte. La parola passò quindi a Guido detto Bartali che iniziò con il suo solito “è tutto sbagliato, tutto da rifare” perciò l’Innominabile non poteva essere assolutamente uno iettatore, il salvataggio di due vite umane doveva essere considerato un dato inconfutabile. L’errore andava attribuito a chi in malafede aveva etichettato il povero Innominabile di tale spregevole fama e, già che c’era, accusò tutti gli avventori di non essere affatto preparati nell’argomento malocchio “non come a Napoli, laggiù mai e poi mai avrebbero sbagliato così clamorosamente nell’individuare un portatore di iella: scoprire un menagramo è un’arte e noi, poveri comaschi di periferia, siamo principianti a confronto dei napoletani”. Le grida di scherno coprirono Guido, le offese ancor più sanguinose di quelle che avevano sommerso Genesio. Ovviamente gli dissero che aveva sempre considerato il Sud dell’Italia l’inizio dell’Africa e ora, solo per aver ragione, elevava i napoletani a maestri dell’arte iettatoria. Gli chiesero: “come mai, fino ad ora sotto il Vesuvio c’era solo monnezza e adesso, invece, c’è la saggezza?” Bartali rispose con voce strozzata ed il viso paonazzo “perché sono obiettivo e vedo il buono anche nel marcio” guadagnandosi le sghignazzate di disapprovazione di tutto il bar, risate di scherno interrotte dalla voce baritonale di Libero “Guido, tu puoi provare la fondatezza della tua affermazione: non credi alla fama di iettatore dell’Innominabile. Bene, dimostra subito, e qui, che non ci credi, dimostralo a noi tutti, declama, senza tentennamenti, il nome e il cognome che tutti qui conoscono ma non pronunciano mai”. Bartali replicò bofonchiando maledizioni, minacce e roteando la mano destra con l’indice puntato verso Libero; ma senza proferire quel nome. Mentre il viso di Guido diventava sempre più cianotico fra gli sguardi di commiserazione dei clienti, prese la parola Edoardo, un vecchio e grasso pensionato. Un tipo taciturno che non parlava mai a sproposito. Disse che nonostante l’atto di eroismo l’Innominabile sarà sempre accreditato di portare il malocchio perché “questa è la maschera assegnatagli dalla sorte: si nasce predestinati, chi ha la grazia di essere un benefattore e chi l’indole dello iettatore, puoi lottare, tentare di modificare la parte dataci dal fato ma non ci riuscirai mai perché non si può combattere il destino”. Alle parole di Edoardo non seguirono urla e lazzi, segno che i suoi ragionamenti avevano colpito gli avventori del bar. Intervenne allora Libero con un “bravo Edoardo, senza volerlo hai fatto un discorso da perfetto calvinista” frase che stupì gli astanti perché Libero non era un tipo facile ai complimenti mentre la citazione religiosa non meravigliò nessuno: in quell’ambiente tutti sapevano che Libero, tormentato dal problema “posso credere senza appartenere ad una comunità di credenti”, si era dedicato allo studio della Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana e, da metodico quale era, aveva cominciato da San Pietro che pose la prima pietra e, sempre rispettando la cronologia e il corso dei secoli, in quei giorni stava proprio studiando i movimenti religiosi protestanti. C’era da capirlo, il tormentato Libero, aveva già subito una fregatura dalla chiesa marxista ed ora non voleva più ripetere il grave errore della sua gioventù. Libero continuò dicendo “Edoardo giustamente ha parlato di predestinazione ed è proprio del calvinismo chiamare con questo termine l’eterno decreto di Dio mediante il quale egli ha stabilito che cosa debba avvenire di ciascun uomo. Infatti, per i calvinisti, non tutti sono stati creati in eguale condizione, ma agli uni è stata predestinata la vita eterna, agli altri la dannazione eterna. Però io distinguerei fra la predestinazione e il giudizio della gente. Senza ombra di dubbio l’Innominabile ha nella sua carne il destino prestabilito del menagramo e penso che la sua azione valorosa sia stata determinata dal tentativo di togliersi definitivamente la sua maledizione. Ma siamo sicuri che il giudizio di chi lo conosce cambierà dopo il salvataggio degli automobilisti? Io prevedo di no perché il pregiudizio nei suoi confronti è radicato e chi volesse cancellarlo si troverebbe sempre a lottare con il suo lugubre aspetto iettatorio, una esteriorità che aiuta tutti a comprendere che l’Innominabile è un predestinato a quel ruolo”.
 
Un pesante silenzio scese nel bar quando Libero finì di parlare, solo Bartali mormorava, con la sua voce resa afona dal gran gridare, “però a Napoli...”.
 
Un silenzio che sapeva di assenso.
 

domenica 29 luglio 2012


PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 9
Dopo la fondamentale poesia “La rima del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge il mondo è stato diviso, inesorabilmente ed inevitabilmente, in due categorie: quella dei “vecchi marinai” e quella degli “invitati a nozze”. Narra il poeta inglese la storia di un vecchio marinaio e della sua nave che, in un anno sul finire del Settecento, durante una perigliosa navigazione nei mari antartici, fu spinta da una tempesta nelle acque fredde vicino al Polo finché comparve un grosso uccello marino, l’albatro, il quale seguì per giorni e giorni la nave fino a quando un buon vento da Sud portò il veliero in mari più tranquilli. E di come il vecchio marinaio, contro ogni regola di ospitalità, uccise con una freccia il povero e incolpevole uccello, morte ingiusta che fece da preludio, anzi fu la causa scatenante del decesso di tutti i membri dell’equipaggio. Con un’unica eccezione: proprio  il vecchio marinaio riuscì a tornare in Inghilterra dove si confessò da un Eremita che lo assolse dal peccato di aver ucciso inutilmente l’innocente albatro ma con la penitenza di dover narrare, per tutta la vita,  la sua tragica avventura alle persone indicategli dal suo intuito. Infatti, la poesia inizia con il vecchio marinaio che sceglie uno di tre invitati ad un matrimonio  incrociati mentre si recano alla cerimonia, uno solo e solo quello, e il prescelto non riesce a staccarsi dall’occhio acceso dell’uomo di mare tanto che si può parlare di un vecchio marinaio costretto a raccontare ma anche di un invitato obbligato ad ascoltare. Adesso, cari lettori, concentratevi sulle vostre conoscenze: senza ombra di dubbio vi verrà in mente qualcuno che, senza esitazione, vi ha raccontato tutto della sua vita e delle sue opere: è un Vecchio Marinaio. Conoscerete anche qualcheduno che, senza essere villano o sgarbato, preferisce non parlare di se stesso anzi predilige l’ascoltare al narrare: è un Invitato a Nozze. Per esempio io sono un Invitato: non parlo della mia vita ed ho notato che spesso incontro persone le quali, spontaneamente, mi riferiscono molto, se non tutto, della propria esistenza. Il Ferverio, Augusto Ferverio per la precisione, è uno di questi: l’ho incontrato per motivi di lavoro e nel tempo di una mezzora abbondante mi ha raccontato gran parte della sua vita. Da notare che io non lo conoscevo, mai visto prima, nessuna cosa al mondo poteva spingerlo a riferirmi gli affari suoi se non  l’istinto del Vecchio Marinaio a parlare, parlare. La logorrea che ha bisogno di uscire dal corpo. Mentre guidava una Mercedes nera e scintillante, il Ferverio mi informò del suo primo lavoro a tredici anni come garzone di un prestinaio, lavoro durato due anni e abbandonato per una stamperia, con turni diurni e notturni, attività pesante ma appassionante. Nella stamperia fece una rapida carriera tanto da salire tutti in gradini gerarchici e arrivare, infine, alla carica di responsabile dello stabilimento. Ora, dopo quaranta anni di lavoro, era in pensione ma non si era fermato a riposare perché curava un piccolo zoo formato da due vitelli, un asino,  un pony e due caprette tibetane. Aveva preso anche un trattore nonché tutta l’attrezzatura per curare i campi intorno alla sua casa e produrre gli alimenti per gli animali tornando così, non  tanto inconsciamente, alla vita contadina della sua infanzia. Mentre lui parlava e parlava, io, l’Invitato a nozze, non potevo fare altro che ascoltare, assentire ogni tanto con i movimenti della testa, mormorare qualche “ah” o qualche “davvero” e “però”: non c’è scambio di vedute fra un Vecchio Marinaio ed un Invitato, la regia è rigida ed immodificabile, uno si esprime e l’altro assiste. Nel frattempo, Augusto era passato a comunicarmi il suo stato di famiglia, la moglie conosciuta in stamperia, un amore aziendale si potrebbe dire, sposata di fretta e furia perché il Ferverio non era veloce solo con le parole, dopo cinque mesi era nata la prima figlia e dopo tre anni ancora una bimba, “sì, avrei preferito un maschio ma va bene così lo stesso, il futuro è delle donne” e io assentivo, non perché convinto della bontà della sua tesi ma semplicemente perché terrorizzato che mi spiegasse i motivi di tale affermazione. Le bimbe nel frattempo erano cresciute, “brave figliole, grandi lavoratrici e con la testa sulle spalle” e la maggiore si era anche sposata ed ora aspettava il primo bambino, all’Augusto luccicavano gli occhi mentre me lo dichiarava, pregustando già l’attività del nonno a tempo pieno. La figlia minore invece viveva ancora in casa, niente ragazzo, sì ne aveva avuto uno ma era un balordo, il Ferverio ringraziava tutti i Santi del calendario perché la storia si era interrotta e poi “adesso non è come una volta che una donna non sposata era una zitella e basta, adesso le donne si possono realizzare anche al di fuori del matrimonio”. Il Vecchio Marinaio divulgava la sua vita ed io, il misero Invitato costretto a sopportare il profluvio di parole come i sassi dei torrenti di montagna subiscono l’impeto dell’acqua, pensavo se il buon Coleridge si fosse reso conto, nello scrivere la sua bella poesia lassù, fra le brume inglesi, di essere riuscito pienamente a conseguire il vero risultato a cui aspirano tutti quelli che scrivono: creare personaggi immortali.
Intanto Augusto aveva finito l’argomento della famiglia e, sempre con il tono di quello che racconta fatti fondamentali, era passato a trattare della sua Mercedes, nera e con il cambio automatico: probabilmente aveva notato che guardavo con interesse la scatola del cambio e comprese all’istante che non capivo nulla di quel che vedevo perché partì con una descrizione particolareggiata sia della meccanica che dell’utilità di avere una macchina con il cambio automatizzato. Passare ad una completa descrizione dei pregi della Mercedes fu una conseguenza logica e prevista: comodità, silenziosità e signorilità furono gli aggettivi usati da Augusto e immancabilmente arrivò il consiglio di acquistare, in futuro, una Mercedes. Cosciente del mio essere un Invitato a nozze non ribattei, come faccio sempre quando mi magnificano qualche auto straniera, dicendo che acquisito esclusivamente auto italiane, vale a dire Fiat o marchi collegati, inutile spiegargli che io su una macchina straniera non mi sento comodo, mi sembra di non essere nella mia casa tale è la familiarità che mi propaga il rumore di un motore Fiat. Frattanto il Ferverio mi stava informando dei pregi del motore diesel, di quanto fosse economico, lui per esempio era andato e tornato, l’ultima estate, da Castiglione della Pescaia con lo stesso pieno. Mi informò che il viaggio di andata e ritorno, da un luogo di vacanza nello stesso giorno, furono provocati dall’improvvisa morte del suocero della figlia. Appena arrivati in albergo arrivò la telefonata del decesso e la rombante  Mercedes riportò a casa Augusto e moglie. Come senz’altro avrete già intuito Ferverio mi spiegò nei minimi particolari il malanno del consuocero, un infarto fulminante, abbattutosi all’improvviso su un uomo ancora giovane, un quasi sessantenne sportivo “sì, fumava, ma solo dopo aver mangiato, non era una ciminiera”. Inarrestabile Ferverio, il suo viaggio nei mari del Sud non sembrava avere una fine. E pensare che incominciò la nostra conversazione con una domanda, un innocuo “ma lei di dov’è?”. Sentendo il nome di Ronago commentò con un “ah, il paese dei contrabbandieri”, spiegazione che non mi stupì affatto tante sono le volte che l’ho sentita. Non mi sconcertò neanche la rilevazione di Augusto che in gioventù aveva fatto lo spallone, passando attraverso il confine anche nel territorio di Ronago, a dimostrazione che si può essere contrabbandiere senza abitare vicino al confine. Però la nomea di contrabbandiere colpisce noi di Ronago. Nulla di grave comunque, c’è di peggio, ad un abitante di Corleone può capitare di sentirsi dire “ah, il paese della mafia” e, sempre rimanendo in ambito locale, noi ronaghesi possiamo incorrere in disavventure più antipatiche. Come quella volta a Lomazzo, in anni ormai lontani,  dove difendevo i colori del Bar Graziella di Ronago in un torneo serale di calcio. Giocavamo contro una squadra locale e i lomazzesi non si limitavano ad incitare i loro beniamini ma denigravano con gusto la mia squadra. Nulla di anormale, il tifo calcistico è notoriamente becero. Però, mi chiedo ancora dopo tutti questi anni, dovevano proprio urlare verso di noi “Hopp Suisse, Hopp Suisse”, per tutta la partita? Datemi pure del contrabbandiere, ma non dileggiatemi perché abito sul confine, o abitanti della bassa comasca, pensavo, mentre gli “Hopp Suisse”, un incitamento molto in uso nella vicina Confederazione simile al nostro “Forza Azzurri”,  anziché deprimermi stimolavano il mio impegno. Naturalmente Augusto non si accorse che non lo seguivo nelle sue argomentazioni perché a tutti i Vecchi Marinai non interessano affatto quanto siano ascoltati i loro discorsi: sono talmente concentrati nella loro verbosità che tutto quanto esula dai loro ragionamenti è bellamente ignorato. Questa è la vera, unica difesa che l’Invitato a nozze può dispiegare contro il Vecchio Marinaio: quando l’uccisione dell’albatro è ancora lontana, e dell’Eremita non si vede traccia, la reale ancora di salvezza è pensare ad altro. Come feci io in quell’occasione, meglio ricordarmi quella partita a Lomazzo, la casacca bianca con Bar Graziella Ronago scritto in rosso, il colletto incredibilmente stretto e rigido in quella calda ed umida serata di giugno, tanto premuto sul collo che me la presi con Vincenzo, il figlio della Graziella: come mai non avevano pensato ad una maglietta con il collo aperto, maledizione, ci volevano far morire dal caldo? E la partita, vinta con uno striminzito uno a zero, un golletto fortunoso provocato da un rimpallo con una traiettoria maligna che ingannò l’incolpevole portiere avversario. Un vantaggio strenuamente difeso con un catenaccio gigantesco. Sì, quella volta la fortuna ci aiutò in modo decisivo. Sicuramente Eupalla, la Dea del calcio, ci fece vincere perché non sopportò il dileggio ingiustificato.
17/03/05

mercoledì 25 luglio 2012


PERSONAGGI DI UN ALTRO SECOLO – 8 –  

Poca gente al bar in quella fredda sera di un sabato di fine gennaio degli anni novanta, due giocatori al biliardo, Libero che leggeva il giornale nel suo modo meticoloso, nel senso che divorava il quotidiano dalla prima all’ultima pagina, quattro pensionati che giocavano a scopa nel tavolo appartato giù in fondo. Una calma assoluta, intervallata dal rumore provocato dalle bocce che s’incontravano, si scontravano e si separavano disegnando linee geometriche sul tavolo verde. Calma interrotta dall’ingresso fragoroso del Genesio e del Moscerino, il primo che gridava  insulti triviali e il secondo che incassava, con uno sguardo a metà fra la rabbia e la giustificazione.
I due tornavano da una rapina. Il Genesio indicò il tavolo vicino a quello di Libero mentre l’altro faceva segno di no con gli occhi perché non gli garbava sedersi nel posto attiguo a quel fanatico religioso pieno di discorsi su Dio e sull’Aldilà.  Invece Genesio voleva accomodarsi lì proprio per quello, poteva sempre servire un alibi, un qualcuno che confermasse la nostra presenza qui, al bar, dalle diciotto e quarantacinque e non dalle diciannove come nella realtà e Libero era proprio indicato per questo, perché essendo estremamente energico nelle difese delle proprie convinzioni, bastava fargli credere che loro fossero entrati un quarto d’ora  prima e lui lo avrebbe testimoniato davanti a qualsiasi tribunale. Genesio non si era ancora seduto che già aveva gridato “Libero non mangiare tutto il giornale, lasciane un po’ anche a noi” e si prese subito come risposta “a voi? Ma se siete degli analfabeti di ritorno, al massimo potete leggere la “Gazzetta dello sport” e solo i titoli. Ma guardatevi, incolti, guardatevi allo specchio che bello spettacolo siete, non capite che la vera differenza fra le persone non la fa il titolo di studio o il tipo di lavoro, la differenza è fra chi legge e gli illetterati  perché chi legge sa, mentre voi vivete nell’ignoranza”. In queste poche parole si poteva già capire il carattere di Libero, un tipo sarcastico che s’infiammava subito, la polemica era il suo pane quotidiano, la lettura il suo passatempo preferito. Le letture avevano scandito la sua vita e, naturalmente, anche il modo di pensare tanto che si poteva parlare di un periodo giovanile contraddistinto da libri e pratiche marxiste e un periodo maturo religioso, se non addirittura mistico, nel quale non lasciava passare giorno senza leggere qualche pagina della Bibbia. D’altra parte non aveva tutti i torti nel definire così i due individui perché Genesio era l’uomo dai mille lavori aventi come comune denominatore l’illegalità e Moscerino era un energumeno tutto grasso e muscoli, con un cervello inversamente proporzionale alla massa corporea, l’unico organo così piccolo da giustificare il soprannome. Non è che i due si frequentassero molto, troppo diversi di carattere per andare d’accordo, ma la necessità li unì quell’inverno perché il Moscerino, giocatore incallito di tutte le riffe e lotterie, aveva urgentemente bisogno di grana fresca per pagare i debiti di gioco. Avendo esaurito ogni possibilità legale di guadagno, si era deciso a chiedere un aiuto al Genesio, ex contrabbandiere dalle mille risorse. Certo, ci volle tempo a convincerlo, a scalfire il muro di diffidenza alzato da Genesio che era un tipo guardingo come tutti i laghèe: il Moscerino non era del giro, non brillava per intelligenza, perché ”lavorare” con lui? Tutti i dubbi sparirono quando il Moscerino spiegò, nel suo italiano incerto e dialettale il suo piano: svuotare la cassaforte di Domenico Collima detto Caino, l’usuraio. Era questi un pensionato costretto a letto da un ictus che gli aveva  tolto l’uso della parte destra del corpo e della parola. Il Moscerino, nella sua quotidiana ricerca di soldi da sperperare, aveva frequentemente contatti con Caino, nel senso che questi prestava soldi con tassi d’interesse da strozzino o con il contraccambio di  lavori malpagati come nel caso dell’ultimo affare di Caino, la vendita di un quadro ad un acquirente del Sud, nel quale il Moscerino aveva fatto da guardaspalle. In questo modo il giocatore d’azzardo ebbe la possibilità di frequentare la casa di Domenico e di intravedere, senza essere visto, una cassaforte dietro un quadro nel soggiorno, un giorno che Giannina, moglie di Caino, gli disse di entrare pure, senza circospezione, poiché il marito lo aspettava nel soggiorno. L’usuraio, con le spalle volte all’ingresso del locale perché in procinto di chiudere la cassaforte, non si avvide della scoperta fatta dal Moscerino, il quale fu abile  a non farsi scoprire aspettando quell’attimo  ad entrare nel soggiorno. Il tipo di cassaforte, un forziere ad incastro con apertura permessa da una combinazione con tre giri a sinistra, due a destra ed uno ancora a sinistra, fu l’elemento che convinse Genesio a partecipare alla rapina; si trattava di un aggeggio relativamente facile da aprire, anche per lui che  si considerava un modesto scassinatore, non un artista del ramo.
Intanto, mentre noi divaghiamo, il Genesio stava rispondendo a Libero “uh come  sei polemico stasera, ti ho solo chiesto di lasciarmi leggere il giornale e tu mi ribatti insultando. Va bene, hai ragione, siamo degli ignoranti, ma è proprio il caso di sbattercelo sul muso così, senza neanche un po’ di tatto?” Libero, come senz’altro avrete già compreso, era un fiammifero pronto ad incendiare la foresta se attaccato ma nel giro di pochi istanti poteva diventare un mansueto dispensatore di saggezze se l’interlocutore lo smontava con un atteggiamento gentile o comprensivo. Non stupitevi quindi se rispose “no ragazzi, non volevo offendervi e se l’ho fatto mi scuso con tutto il cuore. Io volevo solamente spiegarvi l’importanza della lettura perché solo la conoscenza ci può aiutare a rispondere alle fondamentali domande che, prima o poi, ognuno si pone: chi siamo? Perché esistiamo? Dove andiamo?”  Libero non lo disse ma la domanda a cui non sapeva rispondere in quel momento era “con chi andare?”, perché ormai lui conosceva benissimo la sua strada, il Cristianesimo, ma quel cammino lo doveva percorrere da solo od in compagnia? Era un quesito che gli rimbombava in testa dall’estate precedente quando, finalmente, era riuscito ad esaudire un suo desiderio che risaliva ai tempi della conversione, il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela percorso a piedi e sugli stessi sentieri dei pellegrini del Medio Evo. Viaggio che aveva pomposamente chiamato La Ricerca e che per un tratto non breve fece con  un gruppo di spagnoli dell’Aragona, guidato dal loro parroco. In quei giorni, vedendo il pastore seguito devotamente dal  suo gregge, gli frullò in testa l’idea che la sua concezione  del Cristianesimo fosse un’elaborazione che non permetteva la condivisione con altri della propria fede e, quindi, fosse un atto di arroganza, di egoismo. Ed ancora adesso, a distanza di mesi si chiedeva “ma io ho bisogno di una Chiesa per esprimere compiutamente la mia Fede, oppure posso essere un credente solitario?”.
Naturalmente Genesio e il Moscerino non avevano nessuna voglia di rispondere alle domande di Libero, le loro menti erano ancora concentrate sull’azione criminosa appena terminata e la cui elaborazione non aveva, in verità, spremuto le loro meningi. Troppo metodica la Giannina, con una vita talmente regolare da sembrare scandita da un metronomo, troppo favorevole per i loro piani la menomazione di Caino. Decisero di eseguire il colpo il sabato sera alle diciotto perché Giannina era un’assidua frequentatrice della Messa Prefestiva e poi, dopo la funzione, si concedeva sempre un tè con le amiche presso il bar situato di fronte alla Chiesa. Scelta quasi dovuta perché era l’unico momento in cui la donna lasciava il marito solo, per esempio quando faceva la spesa c’era sempre una comare disposta a sostituirla nella sorveglianza dell’infermo. Tre quarti d’ora di funzione e mezz’ora di bar, Genesio era sicuro di avere tutto il tempo di aprire la cassaforte. Fu così che alle sei in punto di quel sabato i due loschi figuri scassinarono facilmente la porta d’ingresso dell’abitazione di Caino e velocemente s’intrufolarono nell’appartamento. I compiti erano ben definiti: Genesio si concentrava sulla cassaforte, Moscerino controllava che tutto intorno fosse tranquillo. La prima mezz’ora passò in un battibaleno e Genesio non riuscì a realizzare progressi nella sua lotta con il forziere. Alle diciotto e cinquanta minuti, quando ormai la speranza di aprirla stava svanendo, Genesio avvicinò l’orecchio alla cassaforte per ascoltare meglio i movimenti degli ingranaggi e questo gesto gli permise involontariamente di vedere, sul retro del quadro che serviva per coprire la cassaforte e che aveva appoggiato al pavimento, una scritta. Guardò meglio e si accorse con giubilo che si trattava di un numero di sei cifre: 865622. Ho fatto Bingo pensò e subito manovrò la ruota numerata: tre giri a sinistra fino all’86, due a destra fino al 56 e uno ancora a sinistra fino al 22. La cassaforte non si aprì. Riprovò, questa volta invertendo i numeri, 22 a sinistra, 56 a destra e 86 a sinistra. Un clic metallico che a Genesio parve melodioso annunciò l’apertura del  mobile. Stava riflettendo “questi deficienti meritano proprio di essere derubati” quando si trovò una Giannina aggrappata alla sua schiena e urlante “al ladro, al ladro”. Era successo un imprevisto. Imprevedibile, se no che imprevisto sarebbe? L’inimmaginabile aveva un nome, Giuditta, una pia donna con una corporatura possente ed un’andatura da plantigrado. Una caritatevole signora sulla sessantina con uno spiccato senso dell’amor del prossimo che la teneva impegnata per gran parte della giornata. Si avvicinò alla Giannina quando la Messa era terminata e prendendola a braccetto le disse <oh Giannina cosa ho sentito stamattina dal macellaio, si parlava del più e del meno e io ho detto quanto tu sia brava a curare quel povero malato di tuo  marito, di quanto tu sia premurosa, ed è intervenuta la Santina con un  “sì, proprio premurosa: lo lascia sempre solo nel suo letto di dolore ed è sempre in giro a chiacchierare”. Io ho ribattuto che non era assolutamente vero, anzi, ti comporti come una vera   infermiera oltre che una moglie zelante nella cattiva sorte e lei ha replicato che facevi finta di fare l’infermiera mentre un malato come il Domenico aveva proprio bisogno di una professionista ma tu sei troppo taccagna per pagarne una. Io comunque ti ho difesa, anche quando è intervenuta la Ida a darle manforte, a gridare che la Santina aveva ragione da vendere  e che il tuo comportamento era ancora più riprovevole visto la tua frequenza assidua in Chiesa>. Si attendeva la Giuditta che la Giannina rispondesse a tono ed aveva calcato la mano su quanto effettivamente detto dalla Ida: lei sapeva  che fra le due donne c’era una fortissima inimicizia e, se la Giannina avrebbe potuto tralasciare quanto detto dalla Santina, una nota malalingua invidiosa del mondo intero, probabilmente sarebbe uscita con qualche cosa di malevolo sul conto della Ida. In questo modo, sperava di continuare il suo giro virtuoso e caritatevole perché lei era mossa semplicemente dall’amore per il prossimo e suo preciso dovere quello di appianare le incomprensioni fra le persone di sua conoscenza.  Invece fu veramente sorpresa dalla reazione della Giannina: contrariamente alle aspettative, non rispose per le rime e farfugliò un saluto, lasciò la compagnia e ritornò velocemente a casa. Non voleva stare a sentire quell’arpia, le sue carognate falsamente a fin di bene e poi voleva gridare a suo marito “vero che ti curo bene, vero che faccio tutto per te?”. Non poté esaudire il proposito perché, appena entrata in casa, si accorse che un problema più grave dei pettegolezzi di Giuditta le era caduto addosso, e con coraggio cercò di risolverlo attaccando alle spalle il malvivente. Genesio passò nell’arco di un secondo dalla gioia al terrore. Fortunatamente aveva indossato il passamontagna, si raggomitolò per proteggerlo con le mani dagli attacchi furiosi di Giannina che istintivamente cercava di toglierlo poi, di colpo, si alzò e si girò, riuscendo a liberarsi dalla morsa della Giannina  e  a sbatterla lontano da sé quel tanto sufficiente da permettergli di fuggire. Uscì dal salotto  e quasi si scontrò con il Moscerino che stava a sua volta uscendo dalla camera da letto di Caino. Lo sciagurato, invece di agire da palo, si era intrufolato nella stanza di Domenico  per dileggiarlo con frasi del tipo “oltre a non ridarti i soldi che ti dovevo ora ti prendo anche quelli che hai in cassaforte, maledetto strozzino”. E via di corsa verso il bar, lasciando una Giannina distrutta nel soggiorno, più annichilita dalle parole di Giuditta  che dalla colluttazione con il rapinatore; d’altra parte si potrebbe notare che almeno questa volta la Giuditta è riuscita a completare un’opera di bene  perché, involontariamente,  con le sue parole e la conseguente reazione di Giannina, aveva  provocato il fallimento della rapina.
Strana atmosfera quella sera al bar, poca gente e tutta scontenta. Non era contento Libero con i suoi pensieri sulla Fede e sulla Chiesa e che riassumeva nell’ultima domanda: “posso credere senza appartenere?”. Non si sentiva appagato il Moscerino sempre alla ricerca di soldi e di occasioni di facili guadagni per soddisfare la febbre del gioco. Soprattutto non era soddisfatto il Genesio. Mentre Libero si poneva delle domande a cui nessuno voleva rispondere, lui si chiedeva come avesse fatto a preparare un colpo con quel ritardato di Moscerino, vero anello mancante fra la scimmia e l’uomo, e più di ogni altra cosa un pensiero lo assillava: la supposizione, se non la certezza, che sarà sempre una mezza cartuccia, non farà strada nel mondo della malavita. Un vero rapinatore avrebbe preso la Giannina, l’avrebbe sbattuta contro il muro e avrebbe svuotato la cassaforte, non se la sarebbe data a gambe come lui, malavitoso di mezza tacca.
26/07/2004